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Autore Topic: Sinfonia Ipertrofica - Cap. 2  (Letto 448 volte)

Offline Destino_Infinito

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Sinfonia Ipertrofica - Cap. 2
« il: 09 Gennaio 2017, 18:38:10 »
segue da http://www.femuita.altervista.org/forum/index.php/topic,8343.0.html

SINFONIA IPERTROFICA
di Destino Infinito

Capitolo 2

«Questa situazione è davvero assurda!»
Distesa sulla panca, Aurora sbuffava sotto i pesi da più di un’ora. Ad ogni sollevamento, i bicipiti rispondevano con vigore: era come se fossero vulcani in piena attività che eruttavano costantemente nuova massa. Poco distante, Decio osservava la metamorfosi dell’amica: il suo sguardo indugiò sul petto che ad ogni ripetizione si espandeva verso l’alto, sfidando la resistenza dell’enorme reggiseno sportivo che indossava. Si avvicinò allo stereo e abbassò il volume: la musica troppo alta lo distraeva dalla lettura. La stanza era densa di sudore e testosterone, Decio aveva perso il conto: a quante ripetizioni era arrivata? La cosa sembrava non destare alcun interesse in Aurora: semplicemente, rabbia e delusione sovrastavano ogni pensiero, più forti persino della fatica.
«Per tutta la vita mi hanno incoraggiato ad essere me stessa, ed ora?». Aurora aumentò nuovamente il ritmo.
«Non essere così dura con i tuoi. Prova a metterti nei loro panni»
«L’onore della famiglia prima di tutto! Far esibire la figliola prodigio a tutte le feste da benpensanti alle quali hanno partecipato, infischiandosene se lei volesse cantare o meno, va benissimo». Il ritmo aumentò ancora: il sudore fece scintillare il corpo della giovane, mentre il suo respiro diventò ad ogni ripetizione sempre più elaborato.
«Ma Aurora non può assolutamente diventare una montagna di muscoli, chissà cosa penserebbero amici e ruffiani!». Finalmente Aurora gettò i pesi: la stanza venne scossa, le finestre scricchiolarono pericolosamente. «Beh padre, ho una brutta notizia per te» disse Aurora al soffitto, furiosa. «Sono GIÀ una montagna di muscoli!». La giovane fece per alzarsi in piedi, ma le forze le vennero a mancare: crollò a terra, ansimando pesantemente, mentre ogni singolo muscolo tremava, incontrollabile. Stavolta era andata troppo oltre, il fisico stava gridando di averne abbastanza. Subito Decio prese la pila di asciugamani e gliela pose sotto la testa: sembrava così piccola se paragonata con all’enorme corpo preso da quelle convulsioni violente. Si sedette con lei, insieme aspettarono che il suo fisico si stabilizzasse. I respiri cavernosi riempivano la sala da concerto, smorzando le note di un’aria d’opera che Decio non aveva riconosciuto.
«Guarda questa stanza con quegli stupendi affreschi sul soffitto». Aurora ancora non parlava, le labbra sensuali arricciate in una smorfia di dolore. «Ricordi quanto tuo padre fece rinforzare le pareti? I tuoi bilancieri diventavano sempre più grossi e pesanti»
«Voleva proteggere la tenuta di famiglia»
« Sapeva quanto hai sempre amato questa stanza. Eppure non ti ha mai costretta ad abbandonarla»
«Cosa è cambiato ora?». Aurora sapeva già la risposta.
«Hai raggiunto la maggiore età», rispose Decio con semplicità, come a sottolineare l’ovvio. «Hai sempre saputo che non apprezzava questa tua scelta»
«Così, vengo ripudiata per essere me stessa?». Decio non rispose.
Priva del consiglio dell’amico, anche Aurora tacque. Si mise ad ascoltare il battito del suo cuore, che pompava disperato.
«Aiutami, Decio. Sei la mia unica speranza»
«Sistemeremo tutto», promise l’amico. «Dammi tempo»
«Purtroppo, quello è l’unica cosa che non abbiamo»
I due tornarono a fissare i raggi di luce che pigramente entravano dalle pieghe delle tende. Rimasero lì per alcuni minuti, il silenzio rotto dal respiro di lei. Il ragazzo tornò allo stereo e alzò nuovamente il volume. La musica tornò a riempire la stanza e i muscoli della giovane risposero alla chiamata delle melodie dell’opera: era l’effetto benefico della Sinfonia. Decio stava lottando con tutte le sue forze per non indugiare nuovamente sul seno dell’amica quando il suo sguardo venne catturato da quelle braccia colossali. Spesse, definite, potenti: bicipiti e tricipiti erano talmente grossi che non sarebbe stato in grado di abbracciarli. Decio l’aveva vista allenarsi centinaia di volte, eppure non sarebbe stato in grado di definire i reali limiti della sua forza.
«Mi sono riposata abbastanza», la voce di Aurora lo riportò alla realtà. Il ragazzo fece per aiutarla, ma lei lo fermò con uno sguardo deciso: ce l’avrebbe fatta da sola. Prese uno degli asciugamani e si asciugò il volto, poi si mise in piedi. Decio era ancora seduto per terra, vicino a quell’enorme macchia di sudore: per un attimo sembrò che il sole si fosse eclissato. In controluce, Aurora era più sensuale che mai.
La giovane tornò alla sbarra e caricò ulteriormente il bilanciere.
«Non starai esagerando?»
«Assolutamente no. Non sono ancora soddisfatta»
«Non lo sei mai»
«E con questo?»
«Mi sto solo preoccupando per te», disse Decio, anche se dentro di sé sapeva che non desiderava altro che vedere l’amica tornare al lavoro.
«Non è necessario. Non voglio limiti» disse Aurora, più determinata che mai. La giovane riprese l’allenamento concentrandosi sui muscoli delle spalle. Ben presto la sala fu nuovamente pervasa da respiri pesanti e affannosi, mentre i pesi continuavano ad alzarsi e abbassarsi con regolarità maniacale. Si era già ripresa dal collasso avuto qualche minuto prima? “Impossibile”, pensò Decio. Eppure eccola lì, sorda ad ogni fatica. Il ragazzo la conosceva abbastanza per sapere quanto fosse furiosa e amareggiata. Una sfida perpetua, contro tutto e tutti, al limite stesso dell’umanità e del buon senso. Abituata a primeggiare, non si accontentava di raggiungere la perfezione in ogni cosa, ma di stabilire un primato così solido da non poter essere eguagliato o superato da nessun altro. I minuti passavano, ma nonostante l’evidente stanchezza non provenivano dalla ragazza segni di cedimento: continuava imperterrita, con ripetizioni regolari e costanti. La parte superiore del suo corpo sembrava animata da vita propria. Deltoidi, pettorali, trapezio: a Decio sembrò che l’enorme massa di muscoli stesse per avere la meglio sul reggiseno rinforzato della ragazza. Non era per niente convinto che si trattasse di uno scherzo della sua immaginazione. “E se fosse questo che intendeva con quel ‘non voglio limiti’?”. Tutto in lei era smisurato, ma nonostante quel corpo immenso, Decio la trovava estremamente femminile: quei capelli scuri, tendenti al nero, ad incorniciare un viso dolce, con guance paffute. Impossibile, poi, non perdersi nei suoi occhi di ghiaccio.
I pesi continuavano ad andare su e giù, mentre il sudore rivestiva completamente la sua pelle, viziando l’aria. I respiri della giovane si stavano facendo più elaborati, Aurora cominciò ad accusare la fatica. Gradualmente, aumentando d’intensità, la sua ricerca d’aria si fece sempre più disperata: era come se insieme a lei ci fosse una decina di atleti esausti. Chiunque altro avrebbe pensato che la ragazza stesse per entrare in iperventilazione, ma non Decio. Sapeva benissimo cosa stava per accadere. A tal proposito, si avvicinò ancora allo stereo, alzando la musica in modo che sovrastasse i respiri affannosi di Aurora. Fu in quel momento che la giovane soprano si mise a cantare: la voce usciva delicata, potente e intensa, limpida. Pieno di colore e sentimento, il canto rinvigorì il corpo martoriato di Aurora. Era la Sinfonia Ipertrofica, la forza senza fine che dimorava nell’animo di quella ragazza così unica. Decio non poté che considerarsi fortunato: era uno spettacolo sublime. I pesi si alzavano e si abbassavano, senza sosta.
L’esercizio durò ancora un’ora e mezza. Aurora continuò a lavorare anche dopo che la musica cessò. Decio rimase ad osservarla, senza proferire parola. Alla fine la giovane lasciò cadere il bilanciere, facendo scricchiolare il pavimento. Ancora una volta quell’immenso corpo fu percorso dagli spasmi, era come se i muscoli stessero cercando di farsi spazio i mille direzioni diverse. Ogni fibra del suo corpo era in fiamme, tuttavia un sorriso malizioso si fece largo sul suo volto. Chiuse il pugno e il bicipite rispose alla chiamata, fiero e possente. L’allenamento l’aveva estenuata, ma nonostante non fosse ancora sazia non poteva che andare fiera di quelle braccia: per quanto avesse cercato in giro per internet, sembrava proprio che nessuno potesse avvicinarsi al suo livello.
«Guarda che meraviglia», mormorò tra sé, baciando quel muscolo immenso.
Il telefono vibrò nella tasca dei pantaloni. Decio lo prese e dopo aver sbloccato lo schermo con un tocco veloce, lesse il contenuto della mail appena arrivata.
«Forse le cose stanno per cambiare», disse con un sorriso.
Aurora si destò, come se avesse dimenticato di non essere sola.
«Dovrai intensificare gli esercizi», incalzò l’amico.
«Che intendi dire?»
«Ho appena ricevuto la conferma. Le mie congratulazioni, ti hanno presa!»
«Il provino! Come ho potuto dimenticarmene? Aspetta, non starai scherzando spero…»
«Sono serissimo. Non scherzo mai, quando si tratta di lavoro. Anche un perfetto idiota capirebbe che la tua voce è perfetta per qualsiasi serata»
«Ma non è un ingaggio qualsiasi! Stiamo parlando della Youth Opera, la più grande rassegna lirica in ambito giovanile...»
«Che cos’è quella? Ansia da prestazione? Quasi non ti riconosco…», la stuzzicò l’amico.
Aurora, colpita nell’orgoglio si ricompose. «Non dire assurdità. Solo che mi sembra un sogno…»
«E a viverlo sei tu. Andavi solo convinta a partecipare. Possibile che solo io debba avere il privilegio di ammirare le tue doti canore?»
«Grazie Decio! Come farei senza di te? Sei il manager migliore del mondo!»
Aurora, raggiante, corse ad abbracciarlo. A Decio sembrò di essere investito da un tir piuttosto che da una diciottenne al settimo cielo. Ma non potè fare a meno di provare una profonda eccitazione a contatto con quell'enorme seno.


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